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Siamo figli del determinismo scientifico e del metodo scientifico per cui ci viene quasi naturale per spiegare un problema o per modificare una situazione, andarne alla ricerca delle cause che l’hanno scatenata isolando alcune variabili piuttosto che altre. Fare esperimenti, prove ed attribuire motivazioni, colpe e rispondere alla famosa domanda “perché”. Di solito si pensa che sia proprio il “perché” a spiegare e risolvere i problemi: A causa B. Questo è comprensibile poiché è proprio attraverso questo lavoro che l’uomo ha ottenuto negli ultimi secoli tutti quei progressi scientifici e tecnologici che oggi ci migliorano la vita. E’ grazie al determinismo scientifico che abbiamo fatto scoperte incredibili nelle scienze naturali dalla fisica fino ad arrivare alla medicina. E’ grazie all’esperienza del metodo scientifico se oggi abbiamo scoperto batteri virus e relativi vaccini ed antivirali. Se un paziente lamenta un particolare dolore in un particolare organo, un medico è in grado di isolare alcune variabili

, trovare la/le cause, intervenire su di esse e risolvere il problema. La difficoltà nasce nel momento in cui applichiamo la stessa metodologia in campo psicologico. Gli esseri umani, le persone, i gruppi, le famiglie ecc.. in quanto “sistemi aperti” non rispondono alle stesse leggi delle scienze naturali. In quanto esseri “relazionali” (già Socrate scriveva che siamo animali sociali) ci costituiamo e sostanziamo nelle relazioni e nel linguaggio in catene di movimenti circolari costituite da continui feedback e retroazioni. Una stessa posizione di partenza (che potrebbe essere considerata CAUSA) può portare in sistemi di questo tipo, a risultati completamente diversi (si pensi a questo proposito quanto possano essere diversi due fratelli nati e cresciuti nella stessa famiglia).

Nei sistemi chiusi c’è scambio di energia per cui se io calcio un sasso posso prevedere con esattezza dove questo finirà di rotolare grazie allo studio di variabili come l’accelerazione con cui viene colpito, l’attrito dell’aria, l’attrito della superficie di contatto etc…

Nei sistemi aperti invece non c’è solo passaggio di energia ma trasferimento di “informazione” in catene non lineari di feedback per cui non è possibile isolare una o più cause.  Del resto è stata proprio la scoperta del “passaggio di informazione” e del feedback con l’ambiente che ha reso possibile la nascita dei sistemi cibernetici e dei computers. Watzlawick in “Pragmatica della Comunicazione” fa un esempio illuminante: se vedo un uomo che calcia un sasso, io posso, attraverso lo studio di alcune variabili, come detto sopra, spiegare scientificamente il comportamento del sasso (trasferimento di energia dall’uomo al corpo inerte). Allo stesso modo se l’uomo da un calcio ad un cane ed il cane lo morde, non siamo in grado di isolare le variabili per “spiegare” che il trasferimento di energia ha provocato il morso; o meglio, non c’è in questo caso solo un trasferimento di energia ma uno scambio di “informazione”.

Se passiamo ora allo studio di problemi psicologici infatti, non c’è una spiegazione unica, certa e scientifica, poiché parliamo di sistemi aperti con un’infinità di variabili interconnesse a diversi livelli in relazione circolare e non lineare. Ogni variabile agisce in funzione alle altre e si modifica e viene modificata a sua volta. E’ per questo motivo che si apre il campo a varie “interpretazioni”. Interpretiamo ciò che non è osservabile direttamente ma l’interpretazione cos’è se non una spiegazione puramente soggettiva?

Non deve stupire allora se le “cause” di un determinato disturbo psicologico vengono definite diverse a seconda della lente interpretativa con cui viene analizzato.

cit: “la stessa determinata forma di paura può essere descritta: a. da uno psicanalista come l’effetto di un “trauma infantile” irrisolto; b. da un comportamentista come una forma di apprendimento e condizionamento sociale; c. da un terapeuta familiare come il malfunzionamento delle relazioni familiari; d. da un cognitivista come una forma di reazione alle modalità di attaccamento e separazione…-…tutte queste diverse prospettive e valutazioni ci portano alla mente la metafora indiana dei quattro ciechi attorno ad un elefante, ognuno dei quali tocca una diversa parte dell’elefante senza poterlo vedere nella sua interezza ed afferma che quella è la “verità” in merito alla costituzione dell’elefante.”

Ammesso anche che riuscissimo a trovare le cause di un determinato problema queste non aiuterebbero certamente alla risoluzione del problema stesso. Ad esempio può capitare che un fobico attribuisca la causa del problema ad un determinato evento, e non sarà certo possibile tornare nel passato per modificarlo. E’ altrettanto vero che non sarà efficace per la risoluzione del problema aumentare i livelli di consapevolezza di quello che sta succedendo poiché ad esempio una persona affetta da disturbo ossessivo compulsivo sa benissimo che si sente obbligata ad eseguire dei rituali (ritenuti dallo stesso soggetto anche stupidi) per tranquillizzarsi e controllare una determinata paura ma questo non ridurrà per niente la sua compulsione ad eseguirli. Ciò che invece possiamo fare, lungi da dare interpretazioni soggettive nel cercare di spiegare ciò che non vediamo, è analizzare quelle che sono le ridondanze (ripetizioni) del sistema che fanno si che un’equilibrio disfunzionale (in questo caso un disturbo) mantenga la sua omeostasi (stabilità). Lo studio delle ridondanze è finalizzato a creare delle strategie pratiche che sotto forma di feedback che rientra nel sistema circolare produce un piccolo cambiamento volto a rompere un vecchio equilibrio disfunzionale e crearne uno nuovo più funzionale.

Quindi la domanda da farsi sarà “COME” un sistema funziona e non “perché”.

Bibliografia:

Nardone, G. (1993) Paura, panico, fobie.. La terapia in tempi brevi. Ponte alle Grazie, Milano.

Watzlawick, P., Beavin J. H., Don D. Jackson (1971) .Pragmatica della comunicazione. Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi, Astrolabio, Roma.

 

 

 

 

 

 

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