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Spesso non ce ne rendiamo conto ma subiamo la realtà che abbiamo costruito

La nostra realtà è unica e soggettiva, mediata e creata dalle nostre percezioni del mondo. Siamo in grado di modificare la nostra realtà? In parte sì, ecco come. Abbiamo un’energia ed una capacità attentiva limitata perciò necessariamente il nostro cervello non potrà elaborare tutti gli stimoli che arrivano dall’ambiente esterno es: quando guidiamo anche se percepiamo con la coda dell’occhio il colore di un’insegna luminosa di un negozio in quel preciso istante, questa informazione non è processata dal nostro cervello, anche se in quel momento quel fascio luminoso è passato attraverso la nostra retina non lo ricordiamo perché non è stato elaborato come informazione importante. Abbiamo però imparato a dedicare attenzione al colore del semaforo anche in mezzo ad altre migliaia di stimoli poiché risulta funzionale al nostro procedere in sicurezza. Allo stesso modo non poniamo attenzione alla sagoma di un cartello a bordo strada ma potremmo reagire in una frazione di secondo se i nostri sensi percepissero una sagoma simile a quella di un bambino in procinto di attraversare (anche non in movimento). Vi è mai capitato di confondere una sagoma sulla strada per una sagoma umana? Questo è un esempio di come il nostro cervello categorizza le informazioni per “controllare”.  E’ un processo attivo, cioè, grazie alla nostra esperienza, il nostro cervello ha imparato a porre attenzione a determinati stimoli o segnali in entrata che sono funzionali alla nostra sopravvivenza e ai nostri scopi. All’interno di questo sistema, passando ad un livello diverso che non comprende la pura sopravvivenza ma include gli altri nostri bisogni secondari come il nostro benessere in senso lato, noi possiamo allenarci a dedicare più attenzione ad alcuni stimoli piuttosto che ad altri, sia nel rapporto con noi stessi che nel nostro rapporto con gli altri e questo produrrà una differenza sostanziale. Se ad esempio ci svegliamo di malumore saremmo più propensi ad arrabbiarci per 2 semafori rossi che ci fanno perdere tempo prezioso senza neanche far caso che 3 dei 5 nel nostro percorso erano verdi o che la nostra automobile è partita e che sta procedendo senza problemi. Magari attribuiremmo la nostra sfortuna a qualche forza superiore soprannaturale. Questo effetto è ancora più evidente ed ha ancora più importanti conseguenze pratiche in campo relazionale cioè tra noi e gli altri. Se ci presentiamo in un qualsiasi luogo già arrabbiati, sguardo basso, sospettosi e con atteggiamento di chiusura le persone intorno a noi automaticamente leggeranno questi segnali di chiusura e sospetto per cui nessuno ci accoglierà con un sorriso. Tutto ciò, istantaneamente, sarà letto da noi come chiusura degli altri (nei nostri confronti) e ci giustificherà ancora di più il nostro comportamento per cui possiamo pensare che ci comportiamo così a causa degli altri. Watzlawick scrive che è impossibile “non comunicare” anche il nostro silenzio è una comunicazione per gli altri: es:”non voglio parlare con nessuno”. E’ in parte spiegato il problema del paranoico che crede che tutti ce l’abbiano con lui, tutti cospirino alle sue spalle e nessuno gli creda. Il punto sta nel fatto che le percezioni del paranoico non sono sbagliate, quello che percepisce è corretto, molto corretto, ma non si rende conto che è lui in primis a crearne i presupposti , a creare quella realtà. In questo senso siamo in grado di costruire in parte la nostra realtà e le nostre percezioni. Se in un posto pubblico mi presento con il sorriso gli altri lo percepiranno come segnale di apertura, saranno più ben disposti verso di me e assumeranno un atteggiamento simmetrico e probabilmente nascerà una relazione interessante, forse no, non è questo il punto. Il punto è che se mi comporto come se dovessi ricevere sospetto, lo riceverò indubbiamente. Questo aspetto ha grandissime implicazioni pratiche. Possiamo, almeno in parte, durante la nostra giornata dedicare più o meno tempo all’esposizione di segnali positivi o negativi (del tutto soggettivi) ed essere poi condizionati da essi.

Anche la “profezia che si autoavvera” (Merton, 1971) è un esempio noto di quanto siamo realmente in grado di modificare la nostra realtà. In sociologia una profezia che si autoadempie, o che si auto-avvera, è una previsione che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa. Predizione ed evento sono in un rapporto circolare, secondo il quale la predizione genera l’evento e l’evento verifica la predizione. Ad esempio nel mercato finanziario, se esiste una convinzione diffusa che sia imminente un crollo, gli investitori possono perdere fiducia e mettere in atto una serie di reazioni che possono causare realmente il crollo. In una campagna elettorale, un sondaggio che dichiari apertamente un partito in netto vantaggio (anche se la notizia è falsa) può far notevolmente incrementare i voti per quel partito e portarlo alla vittoria. Anche noi come esseri umani ci troviamo all’interno di un rapporto circolare con il nostro ambiente, con noi stessi e con gli altri. Influenziamo e siamo influenzati in catene circolari di feedbacks.

Con questo voglio dire che l’ottimista non è, come si crede, colui che superficialmente “se ne frega” dei problemi e vive in una realtà tutta sua, ma colui che con l’esperienza ha imparato (perciò riesce a farlo in maniera del tutto automatica) a dedicare maggiore attenzione agli stimoli più funzionali per lui con il proprio ambiente e nelle sue relazioni. Non solo, ma riesce, per quanto detto sopra anche a “crearli” nel sistema intorno a lui e a riceverli (dagli altri) sotto forma di feedback. Questi feedback all’interno di catene circolari di relazione andranno a creare anche la percezione che il soggetto ha di sé  stesso perciò si considererà una persona piacevole, capace dal punto di vista relazionale ed alla quale vale la pena dedicare attenzione e si comporterà in tal modo, così facendo sarà considerato tale e avrà “creato” se stesso e la propria realtà.

Cosa possiamo fare? Ogni apprendimento che sia diventato naturale e spontaneo ha prima avuto bisogno di un periodo di ripetizione. Possiamo allora iniziare a dedicare parte della nostra energia attentiva quotidiana a stimoli e pensieri positivi. Se ci pensiamo, probabilmente molti di noi si riconosceranno almeno in una situazione problematica che hanno contribuito a creare…

Riferimenti bibliografici:

Robert King Merton (1971). La profezia che si autoavvera, in Teoria e Struttura Sociale, II, Bologna, Il Mulino.

Watzlawick, P., Beavin J. H., Don D. Jackson (1971) .Pragmatica della comunicazioneStudio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi, Astrolabio, Roma.

PSICOLOGO ASCIANO (SI)

PSICOLOGO AREZZO