Nonostante i nostri problemi possano apparire complessi e persistenti, continuare a ricercarne le radici può essere inutile se non controproducente. Si analizza il “come” un problema funziona non il “perché”. Così facendo si evita di uscire fuori strada con interpretazioni causali (del tutto soggettive e dipendenti da questa o da quella teoria) e si pone attenzione su come un disturbo si mantiene e sia alimenta con il fine di creare un nuovo equilibrio più funzionale.

Il fine che si prefigge ogni terapia strategica è che il paziente diventi protagonista della sua esistenza passando da una realtà “che subisce” a una realtà che “costruisce e gestisce”: i sintomi se efficacemente trattati diminuiscono entro 10 sedute fino a scomparire del tutto con il tempo; una terapia che funziona deve produrre cambiamenti molto rapidamente in modo tale che il paziente possa fruire dei suoi benefici nel più breve tempo possibile.

L’attività clinica si esplica attraverso colloqui con cadenza settimanale o quindicinale, che si diradano con l’attenuazione dei sintomi.

Il terapeuta attua nei colloqui un tipo di intervento attivo e prescrittivo, che produrrà risultati fin dalle prime sedute. Se ciò non avvenisse, il terapeuta potrà modificare il proprio approccio sulla base del riscontro del paziente, trovando la modalità idonea per portare la persona verso il definitivo cambiamento e la risoluzione della problematica.

Da questa prospettiva, per cambiare una situazione di difficoltà non è necessario ricercare e svelare le cause originarie (che sarebbero comunque un’interpretazione), ma lavorare su come questa si mantiene nel presente attraverso le tentate soluzioni errate che si mettono in atto nel tentativo di uscire dal problema stesso. Le prescrizioni sono finalizzate a rompere questo circolo vizioso e a ripristinare delle corrette e flessibili soluzioni al problema, concentrandosi sul funzionamento e sulle soluzioni del problema piuttosto che indagare sulle cause della sua esistenza.